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L’avventura di tre appassionati italiani alla Dakar con Fran

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L’avventura di tre appassionati italiani alla Dakar con Fran

Messaggioda jenk » 27 nov 2012, 20:29

L’avventura di tre appassionati italiani alla Dakar con Franco Picco
Vi raccontiamo la grande passione per la moto di tre italiani che correranno la prossima Dakar assistiti da Franco Picco. Tre uomini “normali” che hanno deciso di realizzare un sogno. Conosciamoli meglio


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L’avventura di tre appassionati italiani alla Dakar con Franco Picco
Franco Picco, intervistato all'EICMA da Nico Cereghini, ci ha descritto come procedono i preparativi per la prossima Dakar. Con lui ci sarà un piccolo gruppo di italiani. Tre uomini “normali” che hanno deciso di realizzare un sogno: partecipare alla regina dei Rally, la mitica Dakar che si corre da qualche anno in Sudamerica. Moto.it li seguirà passo dopo passo.
Prima di partire vogliamo presentarvi i nostri tre eroi. Persone normalissime con una passione indescrivibile per i rally. Come ogni anno, seguiremo quotidianamente la diretta della Dakar e in più riporteremo le emozioni e le avventure di Franco Picco e degli italiani al via con lui.

Fabio, Franco e Paolo sono i nostri tre eroi dakariani. Li definiamo così perché non sono piloti professionisti, nella vita fanno tutt’altro (impiegato, libero professionista e avvocato rispettivamente), ma hanno deciso di investire tempo e denaro per tirare fuori quel sogno dal cassetto. Si allenano – tanto – nei ritagli di tempo, e investono i loro risparmi per correre in moto. Hanno conquistato la nostra simpatia, come e più dei piloti professionisti.

Paolo Sabbatucci. La prima volta in fuoristrada a 43 anni. Domani a Dakar!
Paolo Sabbatucci, nato a Roma il 21 luglio 1965, è avvocato. Appassionato di moto sin da piccolo, ha sempre avuto i genitori contrari. Tanto che al fuoristrada è arrivato a 43 anni, ma con tanta voglia di recuperare il tempo perduto. Dalle sue risposte traspare una passione profonda per la moto, che è via via divenuta una parte essenziale nella vita dell'apprezzato avvocato romano.
«Ho sofferto da morire gli anni della scuola, quando la gran parte dei miei compagni avevano la moto mentre io ero munito di tessera per i mezzi pubblici “intera rete” su cui passavo ore. Ricordo ancora il Fantic Caballero, le Laverda 125, la Moto Morini Corsarino 50, la Moto Morini 125, la Cagiva SST 125, le Honda CBX 125 e XL 125, tutte bellissime, tutte desiderate. Poi, quando sono cresciuto, per tanti anni non l’ho comprata per non dare preoccupazioni a casa. Dopo anni di file interminabili in macchina, di caccia al parcheggio, ho cominciato a chiedere in prestito lo scooter della mia compagna finché non mi ha “invitato” a fare il grande passo. Ho quindi acquistato nel 2000 (e quindi a 35 anni!) uno scooter Yamaha 250 Majestic e da quel momento nulla è più stato come prima. Una combinazione di circostanze mi ha portato ad avere nel 2003 una Harley-Davidson Electra Glide Ultra Classic, poi è arrivata nel 2005 una BMW GS Adventure 1150, poi un’altra Harley modello Nightster 1200 Screaming Eagle, poi ho recuperato restaurandola integralmente una Honda Dominator 650 ferma da tempo. Ho quindi integrato il mio parco moto con una Suzuki DR 400 ZE, che è stata fedele compagna del periodo di apprendimento in fuoristrada sopportando di tutto e senza mai abbandonarmi».

Paolo è stato anche uno dei pochissimi possessori della Yamaha WR 450 F 2WD, a due ruote motrici.
«La Yamaha WR 450 F 2WD mi ha illuso che con quella moto avrei superato tutti gli ostacoli! Non è stato proprio così, la moto era molto pesante sull’anteriore e necessitava comunque di una tecnica ed esperienza di guida che io non avevo. Ma ha avuto anche lei i suoi “momenti di gloria” quando ho deciso di partecipare al Pharaons Rally del 2011 e del 2012 poiché dopo averla preparata con Franco Picco l’ho usata con grande soddisfazione e non mi ha mai creato un problema. Ora venderò anche la mia vecchia Yamaha a un collezionista e ne acquisterò un’altra a iniezione da preparare per la Dakar».

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Paolo Sabbatucci in sella alla Yamaha 2WD

Perché hai deciso di partecipare alla Dakar?
«Perché è una sfida, un’avventura, un sogno. Per sentirmi vivo, capire i miei limiti, essere felice con me stesso. Perché non ci sono compromessi, sei solo tu con la tua moto con cui parli, la preghi di non abbandonarti, la ringrazi quando arrivi. Perché esperienze simili ti cambiano in meglio, modificano le tue priorità, ti fanno vivere in un’altra dimensione, ti senti unico, un cavaliere di altri tempi, torni e già pensi di ripartire».

E' la tua prima Dakar?
«Sì. E’ un misto di sensazioni, agitazione, euforia, paura. Ho passato ore a visionare su Youtube i filmati delle precedenti Dakar, a leggere le esperienze ed i consigli di chi l’ha già fatta».

Che esperienza hai in fuoristrada?
«Sono arrivato tardi al fuoristrada (43 anni) ma è stato amore a prima vista. A novembre 2008 mi sono iscritto al Moto Club Roma, il è più antico della capitale in quanto fondato nel 1913. Sono stato accolto da un gruppo di amici incredibili, con tantissima esperienza, che mi hanno coinvolto nelle loro iniziative. Il primo viaggio che organizzano a febbraio del 2008 è in Egitto con Franco Picco. Nove giorni di viaggio, sette campi nel deserto, tour delle oasi, Bawiti Farafra Dakla, deserto bianco, arrivo ad Abu Simbel, con i turisti giapponesi che vedendoci hanno cominciato a correrci intorno fotografando e gridando impazziti “Dakar Dakar”.
I campi nel deserto sono indimenticabili: la moto con la ruota posteriore affondata nella sabbia parcheggiata vicino alla tenda, il tè alla menta, il sigaro sulla duna con il sole che affoga in un mare di colori, le chiacchiere tutti insieme, la volpe del deserto che ti guarda con i suoi occhi luccicanti nella notte, il piacere di dormire in tenda nel sacco a pelo con una temperatura 20/30 gradi più bassa di quella del giorno. Sono tornato in Egitto altre nove volte (tra cui due Pharaons Rally). Nel 2009 sono andato in Marocco con Edo Mossi, da Ouarzazate ad Agadir passando per il deserto del Merzouga. Nel 2010 sono andato in Sud Africa con Alfie Cox, da Durban risalendo la costa est. Nel 2011 di nuovo in Marocco con Franco Picco, da Agadir verso il Western Sahara e poi l’interno. Nel 2012 , in Argentina con Franco Picco, da Salta a La Rioja passando sulle Ande fino a 5000 metri. Tutti viaggi fantastici».

Come ti stai preparando per la gara, quanto riesci ad allenarti e come?
«Mi alleno in palestra ogni settimana tre volte con pesi leggeri che mi diano forza e resistenza, tre volte attività aerobica (spinning, macchina ellittica, tappeto, piscina). Cerco di non esagerare per non stressare il fisico e non arrivare scarico. Esco in moto quasi tutti i fine settimana, in questo periodo su percorsi scorrevoli per fare chilometri».

Che sacrifici comporta fare una Dakar in termini lavorativi? Ed economici?
«Tantissimi, sotto ogni profilo. Ho la fortuna di essere un libero professionista, ma ciò non sarebbe sufficiente se non avessi dei clienti che ormai condividono le mie avventure e “sopportano” le mie fughe. Ho dei collaboratori validissimi che coinvolgo sempre nel mio lavoro e che quindi sono a conoscenza delle problematiche di ogni singolo cliente. Dal punto di vista economico, l’impegno è assolutamente gravoso, quasi impossibile. Basti pensare che occorre acquistare la moto e prepararla poi con il kit per il rally, fare allenamenti specifici su determinati terreni, pagare trasferte ed iscrizioni, assistenza, ricambi, abbigliamento specifico e di qualità. Questo genere di competizioni gare hanno una ragion d’essere per l’incredibile partecipazione di amatori, ma in Italia la visibilità sui media è a dir poco scarsa e ciò non consente quindi di avere sponsorizzazioni. Devi dedicare ogni risorsa alla Dakar, fare sacrifici e farli fare ai tuoi cari».

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Paolo con Nico Cereghini allo stand di Moto.it (EICMA 2012)

Cosa dicono amici, familiari, colleghi di lavoro?
«Mi avevano preso tutti per pazzo quando decisi di partecipare al Pharaons Rally del 2011. Tre amici (Rudi Romeo, Lallo Babusci e Ernesto Garenna) mi hanno voluto seguire per la partenza e la seconda tappa, perché temevano che mi sarei fatto prendere dall’agitazione, ma i più agitati erano loro. Gira voce che tra gli amici rimasti a casa furono lanciate scommesse in merito a quale tappa avrei mollato ma non l’ho fatto. Tutti i giorni seguivano la mia gara on line sul sito dell’organizzazione e si scambiavano e-mail informative . E’ stato bellissimo leggerle al ritorno. Al mio rientro sono venuti tutti a prendermi all’aeroporto regalandomi una coppa e con un cartello in cui mi nominavano “Presidente “ del Motoclub (carica che ovviamente non ho accettato!). Quando ho comunicato loro la mia intenzione di partecipare alla Dakar, dapprima mi hanno invitato a desistere, dicendomi che mi dovevo accontentare del Pharaons, che era pericoloso, che è una gara assurda ecc. ecc… Poi, conoscendo e vista la mia ostinazione, hanno cominciato ad essere orgogliosi, a supportarmi in tutte le forme: c’è chi organizza le uscite in moto per farmi fare chilometri, chi mi aiuta nelle pratiche burocratiche, chi mi rimedia un casco o una divisa, chi cerca di darmi nozioni di meccanica. Il Presidente del Motoclub, Fabrizio Battaglia, ha anche accettato di fare gratis il meccanico nel Team pur di starmi vicino».

E la famiglia?
«Ho la fortuna poi di avere una famiglia non solo molto, ma molto, comprensiva, ma la cui regola è che la vita va vissuta intensamente ed i sogni sono lì per essere realizzati. I mei genitori sono da un lato preoccupati e dall’altro orgogliosi. Mi dicono che non ne vogliono parlare e poi loro ne parlano invece con tutti i parenti ed amici facendo vedere le mie foto e filmati».

Franco Picco come se la cava da organizzatore?
«Franco Picco è una persona umanamente e professionalmente unica. Sa starti vicino, farti sentire sicuro, in ogni momento ha sempre una parola detta con calma e con il sorriso. E’ un vero campione perché condivide con te ogni sua esperienza, ti dà mille consigli, cura prima la tua moto della sua, si ferma ad aiutare chiunque e ti tira da fuori dalle situazioni più assurde. L’ho visto con i miei occhi al Pharaons 2011 tirare fuori da una fossa di sabbia incredibile profonda 20 metri e con 50 gradi di temperatura tre moto (tra cui una Honda 2 tempi di 500 cc. ed una KTM 690) con i loro piloti che invece erano ormai rassegnati ad abbandonare la gara. E’ sceso a piedi per tre volte nella buca ed ogni volta riportava fuori una moto, un caldo terribile, mi bruciavano le narici quando respiravo, pensavo morisse per un infarto ma l’ha fatto e poi come se nulla fosse ha proseguito la sua gara. Il bello della sua organizzazione è che è come una famiglia. Siamo un gruppo di amici e questo è veramente molto».

Franco Panigalli. Dal motocross alla sfida nel grande rally
Franco Panigalli è nato a Castiglione delle Stiviere il 12-07-66, è un libero professionista nel settore immobiliare, è coniugato con un figlio. La passione della moto fa parte della mia vita da sempre: ha iniziato giovanissimo col motocross.

Perché hai deciso di partecipare alla Dakar?
«Lo dice il filmato stesso di presentazione della dakar 2013, “ la grande fuga”, credo che riuscire a partecipare ad una competizione di questo livello sia come fuggire da tutto e tutti per proiettarsi in un mondo veramente unico dove finalmente riesci a parlare con te stesso e con la tua moto».

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Franco Panigalli con la sua Yamaha, pronta per la Dakar

Che esperienza hai in fuoristrada?
«Provengo dal mondo del motocross e con il passare degli anni ho iniziato a praticare l’enduro nelle zone dove vivo, senza però cimentarmi in modo professionale in gare di livello. Con Franco Picco ho iniziato da tre anni un serie di test e allenamenti, fino a gareggiare alla Dakar 2012, Faraoni 2013 oltre ad alcuni allenamenti specifici sempre con Franco ed in particolare in Tunisia. Ora mi alleno alternando uscite in moto alla palestra».

Solo divertimento o punti anche alla classifica?
«Posso salire sul podio con Coma ma solo per la foto ricordo! Lo scopo è naturalmente terminare la gara e magari tutto intero».

Che sacrifici stai facendo per correre?
«Sacrifici enormi veramente, riuscire a conciliare tutto non è assolutamente facile bisogna veramente organizzarsi bene. Per l’aspetto economico per noi “privatoni” è veramente dura, ritengo senza nessun tipo di polemica, che dovremmo avere la possibilità visto lo sforzo e l’impegno, di poter rientrare in gara anche in caso di ritiro anticipato, prendendo anche la forfettaria senza dover andare a casa magari per un motivo futile».

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Panigalli all'arrivo dell'ultima Dakar

Puoi raccontarci qualche aneddoto del tuo trascorso di gare?
«E’ successo all’ultimo Faraoni, l’ultimo giorno all’inizio della speciale un mio compagno di scuderia ha sbagliato il trasferimento e ho dovuto rincorrerlo per 40 km per riportarlo sulla strada giusta. Poi ho soccorso un ragazzo di Sanremo per più di un’ora e a metà speciale ho soccorso un altro mio compagno di squadra in panne, morale della favola sono arrivato con il buio al Cairo a podio già terminato. L’organizzazione del Faraoni, nella persona di Federica Bocco, mi ha consegnato un attestato di riconoscimento per meriti sportivi».

Come ti trovi con Franco Picco?
«Franco ha creduto in me fin dall’inizio e mi ha sempre dato preziosi consigli, recentemente mi è diventato un po’ antipatico perché mi sono accorto che non riesco a stargli davanti…».

Fabio Mauri. La passione per la moto trasmessa dalla mamma
Fabio Mauri, classe 1963, è un impiegato malato di rally. Ha ereditato – pensate un po’ – la passione dalla mamma, che lo portava all’asilo con il motorino.

Perché hai deciso di partecipare alla Dakar?
«La Dakar rappresenta per me un sogno che spero possa realizzare, mi auguro di riuscire a finire il percorso e di emozionarmi alla vista dei meravigliosi paesaggi che mi accompagneranno».

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Fabio Mauri

Fabio è alla sua prima Dakar, ma vanta un lungo trascorso agonistico, prima nel motocross regionale, poi nell’enduro. Ha corso diverse Sei Giorni (nel 1992, 1996, 1998, 2001 e 2011), ha partecipato quattro volte alla Grappe de Cyrano e persino alla temibile Gilles Lalay. Dal 2004 si cimenta nel Campionato Italiano motorally.

Come ti stai preparando per la gara, quanto riesci ad allenarti e come?
«Faccio più gare possibile di enduro e passo due ore alla settimana in palestra».

Come l’hanno presa in famiglia?
«All’inizio speravano che non mi avrebbero accettato, poi quando è arrivata la convocazione mi hanno raccomandato di fare molta attenzione perché la Dakar è considerata una gara pericolosa».

fonte moto.it
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