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Selvaraj Narayana (KTM): "Lavorare, guadagnare e vivere non

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Selvaraj Narayana (KTM): "Lavorare, guadagnare e vivere non

Messaggio » 12/12/2012, 22:53

Selvaraj Narayana (KTM): "Lavorare, guadagnare e vivere non è passione, passione è inventare"
Il direttore della logistica e delle vendite KTM nel mercato a sud del Far East racconta in esclusiva a Moto.it le sue esperienze trentennali nel settore


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Il suo nome, Selvaraj Narayana, lascia trasparire le sue origini indiane, ma il suo Paese natale lo ha frequentato ben poco a causa della passione per le moto che lo ha portato ben presto ad essere cittadino del mondo. Noi ce lo ricordiamo dai primi anni ’80, quando frequentava i campi del motocross americano per promuovere le moto Maico che allora svolgevano un ruolo ancora da protagonista prima di soccombere all’egemonia giapponese.

«Fino al 1983 sono stato vice presidente della società che le distribuiva negli Stati Uniti - spiega Sel, lo pseudonimo col quale è conosciuto - ma dal ’69 dopo aver frequentato l’Industrial Training Institute di Coimbatore (India) e un istituto tecnico in Germania ho lavorato per la Casa tedesca come meccanico dei piloti ufficiali Willy Bauer, Adolf Weil, Ake Jonsson, Hans Maish che correvano nel campionato americano Trans AMA. Poi iniziai a collaborare con la KTM, e nell’87 i vertici di Mattighofen mi chiesero di dirigere la loro filiale americana. Allora avevamo solo una stanza per uffici, ma abbiamo progredito e nel 1991 sono diventato vice presidente, carica che ho mantenuto fino al 2008 quando il CEO austriaco Stefan Pierer grazie alle mie origini ai miei contatti mi chiese di andare in India per occuparmi del progetto 125 e 200 stradale».

Da allora ti sei concentrato solo su questo mercato?
«No, ho ampliato il mio incarico allo sviluppo di nove stati, tra i quali Singapore, Hong Kong, Corea, Filippine, Indonesia e Malesia. Quest’ultimo è il Paese dove siamo più presenti, abbiamo realizzato nella regione del Kedah una nuova fabbrica simile a quella che esiste già in India dotata di un impianto di assemblaggio per la Duke le cui parti vengono inviate dall'Austria. Vado a vedere ogni tre settimane come procedono i lavori, e sta andando tutto molto bene. Per adesso vengono vendute solo in Malesia, ma probabilmente una piccola parte verrà esportata anche in altri Paesi».

Il tuo lavoro ti fa viaggiare di continuo viaggi molto. Dove è la tua sede?
«Si, ma per me è molto importante avere anche una base che ho a Temecula, ad Est di Los Angeles, completamente attrezzata per video conferenze così da poter essere in contatto con tutti i Paesi di cui mi occupo. Per via del diverso fuso orario quando sono in California lavoro dalle quattro del pomeriggio alle sette del mattino dopo, le mie abitudini sono cambiate e dormo di giorno per lavorare di notte».

Qual è il tuo obiettivo?
«Migliorare sempre. Quello asiatico è un mercato emergente, e dopo il nostro primo grande meeting di Sepang nel 2008 la KTM è diventata molto popolare in quel continente. L'incontro, che è stato poi ripetuto, è durato una settimana ed ha radunato distributori e clienti ai quali sono state presentate le nostre moto e proposti corsi tecnici e di guida su strada e fuoristrada. Inoltre abbiamo fatto il lancio della Dakar primo ministro della Malesia che è poi diventata sponsor dell'evento come si è potuto vedere dal logo posizionato sulle moto del nostro team ufficiale. Questa è stata una grande promozione per noi, ed una bella soddisfazione sia per me che per Heinz Kinigadner che mi aveva aiutato nelle trattative assicurandosi anche la presenza di Michael Schumaker che ha fatto da testimonial. La Malesia vuole essere il numero uno nello sport, e ci aiuteranno anche in futuro».

In quei Paesi come va il motocross?
«Tailandia e le Filippine sono abbastanza avanti, in Malesia non è molto diffuso ma lo stiamo promuovendo. Abbiamo iniziato invitando negli Stati Uniti dei piloti malesi, alcuni molto giovani, per farli allenare nella scuola di Sebastien Tortelli, è il primo passo per introdurre la cultura del motocross nelle nuove generazioni. Certo che c'è ancora molto lavoro da fare perché usano moto piuttosto vecchie, e sono più orientati verso le moto da strada, ma contiamo che col tempo si possa migliorare».

Ora sei coinvolto al 100% nel marketing, ma nel tuo cuore le competizioni hanno sempre uno spazio privilegiato.
«Direi proprio di si, sono stato nell'ambiente delle gare dal 1969, sono amico di Roger De Coster da quarant’anni e per me è importante sentirmi ancora parte del mondo delle gare, se ce l'hai nel sangue non ti passa mai. Ecco perché ogni tanto mi faccio vedere alle gare in Europa, e cerco anche di andarci anche negli Usa, più che posso ma senza interferire con il mio lavoro. Inoltre c’è una forte connessione tra mercato e risultati sportivi, per questo quando dirigevo la filiale statunitense ho creato un team ufficiale di un certo spessore con piloti come Grant Langston e Mike Fisher. Inoltre creai un campionato minicross all’interno del Supercross che ottenne un buon successo, è stata la mia ultima azione prima di cambiare incarico».

Effettivamente ti sei sempre distinto per le tue idee innovative.
«E' il mio obiettivo personale, quando lavori per una azienda devi sempre migliorare. Lavorare, guadagnare e vivere non è passione, passione è inventare, cercare sempre qualcosa di nuovo che faccia bene alla Compagnia e ai suoi dipendenti. E io voglio sempre essere un passo avanti nelle invenzioni, anche perché coi miei 62 anni quasi tutti passati nel mondo delle motociclette posso sfruttare un bel pò di esperienza. Io e De Coster possiamo mettere insieme ottant'anni di esperienza, un bel pò di conoscenza su come costruire una moto che non deve andare perduta. Tra l’altro sono stato dirigente e membro del consiglio di amministrazione della Motorcycle Industry per diciotto anni ed ho ricevuto numerosi premi tra i quali il Supercross Extra Mile, il MIC Chairman, il Team Manager dell’Anno ed molti altri alla carriera tra cui il Vintage Iron ricevuto assieme a De Coster».

Ti sei mai ispirato a qualcuno?
«Quello che mi viene in mente, quando mi dicono che lavoro troppo, è una cosa che mi diceva mio padre: devi sempre lavorare più di quello che guadagni. E quindi io non lavoro per gli altri, ma per me stesso».

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Selvaraj Narayana, direttore della logistica e delle vendite KTM nel mercato a sud del Far East

In così tanti anni hai avuto la possibilità di incontrare personaggi importanti.
«Sì, tutti i presidenti e vice presidenti delle Case motociclistiche, il primo ministro malese e tutti i ministri della Malesia. Sono stato invitato all'università di Chen Nai come oratore d'onore per la convention della SAE (Society Award of Motor Engineers), società con cui ho collaborato per molti anni permettendomi di conoscere anche tante persone del settore auto».

So che hai una predilezione per il fuoristrada d’epoca.
«Sì, ma adesso quando si parla di vintage non è originale, sono tutti rifacimenti. E' difficile trovare dei pezzi originali, ma le copie sono fatte molto bene, basate sulle immagini che ci sono nelle riviste o in vecchie stampe fotografiche. Purtroppo allora non c’era il digitale, e gli archivi non sono facili da trovare, per questo ora presto molta attenzione a scattare sempre delle foto per fissare i ricordi. Allora non avevamo questa passione e nemmeno la possibilità di scattare e tenere tante foto come adesso, con internet e Facebook è tutto più facile».

Se mi ricordo bene sei anche un esperto di tecnologia.
«Utilizzo molto la tecnologia avanzata, anche per via del mio lavoro. Aggiorno sempre il computer e conosco vari programmi di design, così mi preparo il materiale da solo, in passato facevo anche i cataloghi per la KTM».

E conosci bene anche l’Europa.
«Parlo correttamente tedesco, e quando sono in Europa mi trovo come a casa. Culturalmente arrivando dall'India, vivendo negli Stati Uniti, e avendo lavorato con le Case europee è importante saper comunicare con le persone e anche capirle dal modo in cui parlano, da come si comportano. Io non cambio le mie abitudini, ma mi so adattare alle diverse culture».

Hai mai avuto l'opportunità di andare a lavorare per un marchio giapponese?
«Ho lavorato solo per una settimana per un marchio giapponese di altissimo livello nel 1975, ma poi ebbi problemi con l'immigrazione e sono tornato sui miei passi. E devo dire che sono molto contento di lavorare con KTM da venticinque anni.».

Un sogno da realizzare?
«Lavorativamente parlando vorrei ampliare il più possibile le attività in Malesia per costruire un distaccamento dell'azienda, ma ho anche alcuni obiettivi personali perché quando andrò in pensione vorrei fare del volontariato, per la comunità ma specialmente per i bambini. Ma voglio lavorare il più a lungo possibile, ho ancora molti progetti tra le mani e voglio essere sicuro che KTM li diffonda a livello mondiale nel settore vendite, marketing e anche gare. Abbiamo già fatto molto in Europa e Stati Uniti, ed ora il mio staff nei prossimi due anni si dedicherà al potenziamento del settore corse in Asia. Nel 2013 ci sarà il mondiale in Tailandia, stiamo già incontrando le persone locali per preparare questo evento, KTM contribuirà molto, come per le promozioni già fatte in Malesia, dove ha appena vinto il campionato supermoto».

Per come ti conosco, prima di un essere manager di successo sei un uomo di sani principi.
«Accetto questo commento., io faccio il mio lavoro al meglio delle mie conoscenze per crescere di livello. I miei obiettivi non sono solo in funzione della KTM, ma anche per me stesso, lavorare molto per questa azienda per renderla importante è anche un mio obiettivo personale».

Sei anche molto religioso.
«Mia moglie segue la religione Induista, io vado d'accordo con quello in cui crede e la sostengo. Io ho sempre mantenuto la fede, credo che sia molto importante seguire la religione perchè ti aiuta nella vita e nel lavoro.».

fonte moto.it
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