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Vajont, 9 ottobre 1963

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bradipo ita
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Vajont, 9 ottobre 1963

Messaggio » 23/09/2010, 15:21

VAJONT, 9 ottobre 1963
una storia ancora attuale




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Ricostruzione grafica vajont

http://www.youtube.com/watch?v=h99ar2tB ... re=related


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Il giorno dopo al disastro Dino Buzzati scriveva sul “Corriere della Sera”:
“Un sasso è caduto in un bicchiere, l’acqua è uscita sulla tovaglia. Tutto qua.
Solo che il sasso era grande come una montagna, il bicchiere alto centinaia di metri,
e giù sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.
E non è che si sia rotto il bicchiere; non si può dar della bestia a chi lo ha costruito
perché il bicchiere era fatto bene, a regola d’arte, testimonianza della tenacia e del
coraggio umani. La diga del Vajont era ed è un capolavoro. Anche dal punto di vista estetico.”

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Il 9 ottobre del 1963 alle ore 22:39 la natura si ribella con una violenza che non ha pari
nella storia d'Europa degl'ultimi secoli, una antica frana preistorica di quasi 2,5 Km di
lunghezza si mette in movimento 600 metri sopra la diga del Vajont lungo il versante
del monte Toc e 260 milioni di metri cubi di roccia tutti insieme scendono nel lago
artificiale con una accellerazione che in pochi secondi e' passata da 60 cm a 100 Km/h.
Mezza montagna viene giu' portando con se boschi, case, fattorie,strade, bestie e uomini.
La frana precipita sul fondo del lago,sbatte contro la montagna di Casso, si arrampica
fin quasi alla cima e ricade su se stessa come un sandwich.
Dall'urto parte del monte di Casso siene inclinato di 40 gradi.
Le montagne della valle del Toc ,dopo la frana si troveranno 150 metri piu' in alto rispetto
all'inizio del disastro, per l'enorme spinta data della frana stessa che ha messo in
movimento forze di proporzioni incalcolabili.
Tutta l'acqua che era presente nel lago in un istante diventa un' unica onda di 50 milioni
di metri cubi, alta 250 metri che schizza fuori dal fondo valle ormai riempito dalla frana
e si trova piu' in alto del paese del paese di Casso.
L'onda tocca la scuola del paese rasando il secondo piano, lasciando vive le maestre che
dormivano al pian terreno e sorvola il paese rilasciando una pioggia di massi dal peso di
svariati quintali,supera il ciglio del monte e si divide in due parti.
Una meta' dell'onda risale la valle e punta su Erto che e' piu' basso di Casso,ma prende uno
spuntone di roccia che ne devia il percorso,cosi' l'onda alta 70 metri sorvola Erto senza far
danni per abbattersi e distruggere i paesi vicini come Cristo,Spessa, San Martino, Pineda
e altre case sparse.
L'altra meta' dell'onda e' piu' alta della diga e lascia dei segni profondi nella roccia dei
monti fin dove arriva. Quest'onda di 25 milioni di metri cubi e' alta 250 metri quando scavalca
la diga e punta come un proiettile Longarone a una velocita' di 100 KM/h. Uscendo dalla gola
del Toc con un rumore assordante indescrivibile,mai udito prima dall'uomo, questo lago in
corsa perde di slancio ma copre i quasi 2 Km della distanza in linea d'aria che separa Longarone
alla diga in meno di 1 minuto e venti secondi a circa 80 Km/h con un' altezza di 150 metri.
Prima che arrivi l'acqua, e' l'aria compressa dal pistone dell'onda a fare da apripista sulla valle
del Piave, un vento putrido, nauseabondo che appesta il respiro, che ha la forza di un fallout
nucleare pari a due bombe di Hiroshima capace di strapparti la pelle quando sei ancora vivo
e ridurti in polvere.
Pochi secondi dopo a finire il lavoro del vento arriva l'onda che viaggia a 70 Km/h prima dell'impatto
ed e' alta 70 metri e come un Niagara fa un salto nella valle del Piave lasciando un cratere di
30 metri di profondita' e disintegrando con tutto quel che trova ogni cosa, Longarone compresa.
L'onda risale controcorrente il Piave per oltre due Km abbattendo tutto cio' che trova. Una parte
dell'acqua prende la direzione dell'Adriatico e a Ponte delle Alpi e chilometri piu' a valle il Piave
dalle acque nere e putride ha una piena superiore ai 12 metri di altezza, portando con se carcasse
di auto, di animali e di esseri umani giu' fino al mare Adriatico.
L'onda che era risalita per 2,5 Km controcorrente, 15 minuti dopo refluisce appianando tutto.
Il giorno dopo e' un alba livida su Longarone che non esiste piu',al suo posto un campo lunare e 2000 morti.

Prendete una valle stretta da due montagne e riempitela per 200 metri in altezza e per 2 Km
in estensione di sedimenti,rocce e ghiaia. Avrete la vaga idea di cosa sia stata la frana del
Vajont. Pensate che per svuotare questa valle 100 camion da cava impiegherebbero 100 anni
lavorando ogni giorno. Prendete la popolazione montanara che vive pacifica in quella valle,
spogliatela di tutto senza chiedere alcun permesso. Cancellate ogni traccia di case,parenti,
amici e affetti, fino a trasformarli in terra bagnata dall'acqua della diga. Poi negate ai
sopravissuti anche la pur minima possibilita' di poter contare su una giustizia terrena onesta.
Questo e' quello che hanno vissuto a Longarone e nei paesi limitrofi.
Si perche' a loro nessuno e' venuto a chiedere il permesso di costruire una diga.
E la Sade nelle centinaia di udienze (oltre 170) che si susseguirono punto' sempre sulla
imprevedibilita' dell'evento franoso, esibendo un'arroganza senza pari.
Dei tanti responsabili citati in giudizio per disastro colposo solo due furono condannati a sei
anni anche se alla fine ne scontarono uno solo, l'ingegnere Biadene a capo della diga e Sensidoni
capo del servizio dighe al ministero, per inondazione aggravata dalla previsione dell'evento
compresa la frana e gli omicidi.
Pochi mesi prima del disastro a seguito della nazionalizzazione degli impianti idroelettrici,
impianti e personale passarono dalla S.A.D.E. al nuovo ente E.N.E.L.. Con ciò lo Stato Italiano
entrò a pieno titolo fra i responsabili della sciagura: non solo, come prima, per la compiacente
mancata sorveglianza; ma come responsabile diretto della catastrofe. Alcuni dei dirigenti si
suicidarono prima dell'inizio del processo per evitare la gogna.
Dopo 47 anni dal disastro, nulla e' ancora tornato al suo posto e non e' stata ancora messa la
parola fine a questo evento. Molti degli sfollati non hanno fatto piu' ritorno in quella valle.
Molti superstiti,non hanno mai ottenuto nessun risarcimento perche' non avevano alcun documento
per dimostrare qualcosa.
Dei svariati miliardi che dovevano arrivare alle comunita' montane per garantirre una ricostruzione
e un rilancio dell'economia per dare un lavoro e un futuro alle generazioni, solo una minima parte
e' arrivata a destinazione e in parte e' stata anche mal gestita. Il resto nessuno lo sa dove sia finito.
Io ci vado spesso al Vajont, perche' e' una gita per la famiglia, per chi va in moto visto che la strada
e' bellissima, per chi si arrampica o per chi va a camminare. La gente e' cordiale,si mangia bene
e dormire costa poco. La gente del posto ha voglia di raccontare la storia del Vajont e se glielo
chiedete preparatevi ad un tuffo nel passato, a quel 9 ottobre 1963. Basta fissarli negli occhi per capire
che per loro sembra ieri che quel monte e' venuto giu', ascoltate le loro parole quando vi dicono che c'e'
gente che ha perso in meno di 5 minuti 60 membri della propria famiglia, o che la madre l'hanno ritrovata
a oltre 30 Km di distanza. Molti non avevano nulla da mettere nella bara.
Poi cercate di capire cose' il rumore. Quel rumore indescrivibile della frana.
Lo spiega Mauro Corona quando cerca di descriverlo:
“ E' lo stesso fracasso che farebbero un miliardo di cacciabombardieri, passando, tutti insieme,
sopra il tetto di casa. Il rumore di 300 milioni di metri cubi, tanto è il materiale caduto quella notte nel lago.
E poi lo scuotimento del paese, il buio, le scene di panico della gente. Un'epoca era stata annientata
in pochi istanti. E che una nuova era costretta a nascere, da un parto così tragico, così apocalittico. “
All'alba l'intera vallata aveva cambiato per sempre il suo volto. Il numero delle vittime non e' mai
stato definitivo. Si sa' che accertate e riconosciute furono 2100 di cui 1450 nella sola Longarone
ma sono sicuramete di piu'. Ancora oggi il comune di Longarone ha cause aperte con l' Enel.
Si perche' la Diga e' ancora dell'Enel che la vorrebbe sfruttare idrogeologicamente e vorrebbe anche sfruttare
quell'immenso deposito di ghiaia caduto dal Toc. Il comune di Longarone si oppone allo sfruttamento perche'
sotto quella ghiaia ci sono ancora dei morti e vorrebbe dalla Comunita' Europea che tutta la zona del Vajont
diventasse patrimonio dell'umanita' per lasciare inalterata la zona e utilizzarla a finche' altre tragedie simili
non accadono piu'. E invece dopo il '63 ci furono altre tragedie annunciate come il Vajont, come Stava,
Seveso e Sarno e altre catastrofi assai poco naturali: dall'alluvione del 1966 alle morti per cancro del
Petrolchimico di Marghera. Nuovi Vajont si continuano a progettare impunemente in Italia e nel mondo,
dalla diga delle Tre Gole in Cina a quella di Itoiz in Spagna, a quella più vicina del Vanoi su versanti instabili
al confine tra Feltrino e Primiero.
E' un monito che la più grave delittuosa catastrofe italiana della seconda metà del Novecento continua
a lanciare, perché in realtà, le condizioni che la provocarono non sono poi molto cambiate.
Alla radice c'è sempre la stessa logica, quella dell'intreccio nefasto e incontrollato di potere economico
e politico, che ha portato all'assassinio del Piave, il fiume più artificializzato d'Europa, al saccheggio
della montagna, o alla costruzione di strade, autostrade e zone industriali sull'alveo dei fiumi.
Vi invito a visitare il Vajont, a vedere la diga che pur essendo stata sottoposta a carichi di forze superiori
di ben 7 volte rispetto a quelli per la quale era stata progettata ha resistito all'urto della frana ed oggi
e' ancora li al suo posto.
Poi vi invito a vedere il film di Renzo Martinelli e lo spettacolo, molto efficace, di Marco Paolini entrambi
dal titolo “Vajont”. Come spesso accade in Italia la chiarezza sulle responsabilità non è mai venuta
pienamente alla luce ed i responsabili non hanno mai completamente pagato per quello che hanno fatto
prima ed anche dopo.La gente del Vajont e' ancora li in attesa di risposte alle sue domande.


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“ la diga del Vajont era la diga a doppio arco piu' alta del mondo per l'epoca,
durante la costruzione fu realizzato persino un documentario.”


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"La frana del 4 novembre 1960."

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"La diga dopo il 9 ottobre del '63."
"Oggi é ricco chi é padrone del suo tempo. Buona vita.''

bradipo ita
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Re: Vajont, 9 ottobre 1963

Messaggio » 23/09/2010, 15:23

Ma chi era la Sade?
Dietro alla S.A.D.E. C'era la figura di Giuseppe Volpi, conte di Misurata.
Era un grosso imprenditore e politico dell'epoca.
Divenuto ricco esportando tabacco dal Montenegro investì i guadagni acquisiti nella nascente
industria elettrica e nel 1905, rientrato in patria, costituì la SADE
(Società Adriatica di Elettricità,) oggi Enel, acquisendo in tal modo una posizione di rilievo
nel settore della produzione e della fornitura di energia elettrica.
Fu tra i protagonisti della realizzazione del nuovo Porto Marghera acquistò prestigiose
catene alberghiere. Fu governatore della Tripolitania, ministro delle finanze, presidente
della confindustria nonche' senatore sotto al fascismo. Ma viene oggi ricordato piu' che
altro perche' promotore della mostra internazionale del cinema di Venezia.
Portano il suo nome (coppa Volpi) i premi per miglior attore e miglior attrice.

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Oggi, grazie alla volonta' dei superstiti Erto e' rinato ma Casso e' un paese fantasma,
perche' alla gente e' venuto a mancare la principale fonte di sostentamento avvero
le terre del Toc sulle quali avevano i greggi e le coltivazioni. Nel disastro i Cassani
non persero le case, ma il territorio.
Due righe vanno spese alla Tina Merlin,unica giornalista che sfida la Sade, proprietaria
tra le varie cose anche del “Gazzettino”, il giornale piu' letto all'epoca in Friuli. E su un
piccolo giornale come “ L' Unita'” la Merlin scrive apertamente come stanno le cose,
dicendo che la Sade e' “uno Stato nello Stato” e che la frana era stata prevista.
Si prendera' pure una denuncia ma verra' totalmente assolta.
Dopo la catastrofe ci fu la deportazione. Con l'11 ottobre del 1963 iniziarono gli
sfollamenti forzati perche' si temeva che il Toc potesse nuocere ancora.
Le stesse autorita' che avevano ignorato le grida di allarme dei montanari, ora
deportavano i sopravissuti. La corrente elettrica fu tagliata e la gente di Erto,
Casso e i pochi sopravvissuti furono costretti in poche ore ad abbandonare le
loro case, portando solo l'indispensabile. Alcuni furno ospitati a Cimolais, altri
accettarono di stabilirsi in un mini paese appositamente costruito per loro di 1 Km
quadrato chiamato Vajont in provincia di Pordenone. Il nuovo comune di Vajont,
tuttavia, fu dotato di un territorio piccolissimo. Le fabbriche ed i posti di lavoro
promessi agli sfollati furono così installati in territorio di altre amministrazioni,
sotto il controllo altrui. Per molti abitanti di Vajont non restò che un posto in
fonderia, malsano e malpagato.
Altri trovarono sistemazione in alberghi o da parenti. Lo stato diede loro dei sussidi
con la clausola che se trovavano un lavoro perdevano i diritti.
Fu stabilito un vero e proprio listino prezzi per il rimborso delle vittime.
Un padre lavoratore valeva fino a 1.500 lire. Un nonno o una sorella valeva 800.000 lire.
Al cambio di oggi sarebbero poco meno di 20.000 euro. Ma per un cavillo burocratico,
uno che aveva perso l'intera famiglia non percepiva nulla.
La gente voleva giustizia e il giusto riconoscimento per quello che aveva patito e non
elemosina. Cosi' inizio' il calvario del processo che duro' anni. L' Enel per evitare di
pagare somme enormi,sguinzaglio' una schiera di subdoli avvocati a trattare privatamente
con i sopravvisuti offrendo loro una transazione economicamente vantaggiosa (per l'Enel)
in cambio della rinuncia a qualsiasi rivalsa. Molti esasperati dalle trafile processuali
accettarono queste transazioni che offrivano pochi soldi,maledetti ma spendibili da subito.
Nel frattempo sul Vajont decine di imprenditori senza scrupoli si erano avventati come fanno
gli avvoltoi sulle carcasse degli animali. Vennero li e' comprarono decine,centinaia delle
licenze commerciali dei sinistrati, comprandosi cosi' il diritto ad essere risarciti dallo stato
ma trasferendo poi soldi e attivita' altrove. Infatti, con una normativa accuratamente tenuta
nascosta agli interessati, si potevano trasferire in altre località tali licenze. I fondi per la
ricostruzione, e le provvidenze economiche per chi nel disastro aveva perso anche il lavoro,
furono così in buona parte dirottati in una zona diversa da quella sinistrata.
In pratica il miracolo del nord est degli anni '70 venne in gran parte dai fondi che lo Stato
Italiano elargi' a favore del Vajont ma che poco o nulla arrivo' fisicamente nelle mani di chi
veramente ne aveva bisogno. Ci furono imprese e imprenditori che presero miliardi senza
mai aver messo piede nella valle del Piave e magari costruirono alberghi di lusso sulla Marmolada.
I soldi del Vajont servirono alla costruzione dell'autoporto di Gorizia, alla realizzazione di Lignano
Sabbiadoro traformandola nella localita' turistica che oggi conosciamo e dell'impianto sciistico
delle Tofane. Nei mesi dopo il disastro la stampa si affannò, anche se con magri risultati, ad
attribuire la catastrofe ad un "imprevedibile evento naturale". Non fu dello stesso parere la
magistratura. Tuttavia il lungo processo penale ai responsabili del disastro (svoltosi in primo
grado all'Aquila, perché si ritenne che i superstiti potessero "turbare" il giudizio nella naturale
sede di Belluno) si concluse con due sole condanne a sei anni, di cui uno solo fu realmente scontato.
Occorsero lunghissimi anni di battaglie giudiziarie perché i sopravvissuti, gli emigranti che avevano
perso tutto, ed i parenti delle vittime ottenessero un risarcimento equo. Ricordo che l'iter
processuale si concluse appena nel 1997 e che nel frattempo molti soppravvisuti erano morti
di vecchiaia in attesa di ricevere l'indennizzo per ricostruirsi la propria casa.
Longarone e' stata ricostruita abbastanza velocemente e sempre nello stesso luogo.
Recentemente una rappresentanza dei sopravvisuti al disastro ha ufficialmente chiesto allo Stato
Italiano che venisse data la medaglio d'oro al valore a tutti i comuni interessati dalla frana per
l'alto numero di vite immolate sull'altare del progresso tecnologico. E' stato inoltre chiesto che il
9 ottobre diventi il giorno della memoria, affinche' altre tragedie simili non accadano piu' e non
si dimentichi il Vajont.
Non ci sono mai state risposte concrete da parte dello Stato, che pero' senza chieder pareri, ha
provveduto a rimuovere i morti del Vajont dalle loro tombe di famiglia per metterli in una zona
dedicata a monumento nazionale,dove, e' vietato accendere lumini o porre qualsiasi manufatto o fiore.
Cosi' ora, non si puo' nemmeno piangere su una tomba.




Ecco in sintesi la cronaca della tragedia del Vajont a cura di Francesco Niccolini.
Va dal 1928 al 1997. E' realizzata con estrema cura.
E' stata la base di partenza dello spettacolo di Paolini.

http://www.vajont.info/vajontNiccolini1.html


Ecco una testimonianza di quella notte:

Tratto da: "Il Gazzettino" del 09/10/1973
Quella notte di dieci anni fa.
Testimonianza diretta di don Carlo Onorin,parroco di Casso.

" Passammo accanto alla diga ed ebbi un tremito. Ci dovevo passare spesso e lo facevo,
anche se non lo facevo mai volentieri. Quella sera provai un brivido. Mi sono chiesto
tante volte se era un brivido di freddo. Credo di poter dire di no. Era certamente qualche
cosa di diverso. È difficile da spiegare, non è razionale... "
Don Carlo non ricorda, oggi, quello che fece fra il momento in cui entrò in casa e gli attimi
che precedettero il disastro. "C'era nell'aria tutta una serie di rumori. La frana, anche
quando non è di grandi proporzioni, ha un rumore particolare. Quella notte l'aria era piena
di rumori. Mi affacciai alla finestra... Ero alla finestra quando accadde e fu davvero terribile... ".
Il prete si copre il viso asciutto con le mani giunte e si massaggia lievemente la radice del naso:
"Avevo il Toc proprio davanti agli occhi. Ogni tanto un rumore. Poi il silenzio.
Poi ancora quel rumore. All'improvviso, se adesso ci penso mi pare che il tempo possa fermarsi
in quell'attimo, mancò la luce. Con un bagliore la catena di riflettori che illuminavano le pendici
del monte si spense. Non so... Non riesco a ricordare se il gran frastuono era già nell'aria
quando le luci si spensero o se è cominciato subito dopo. Era un frastuono terribile,
indescrivibile. Credo che non ci sia niente che gli assomiglia. Ecco, forse, se un treno
ti passa direttamente sulla testa... ".
Nella memoria di don Carlo Onorin il ricordo si scompone e si ricompone nei suoi elementi,
come se la memoria fosse un caleidoscopio e il ricordo una immagine di terrificante
astrazione: quello che vedeva, quello che sentiva, quello che percepiva con gli altri sensi.
E il terrore. La paura che l'Apocalisse fosse davvero giunta sul cielo di Casso, sul cielo
del mondo. "Non so quanto durò il frastuono. Dopo il disastro sono stati ricostruiti i tempi
dell'evento ma in quei momenti il tempo aveva perso ogni significato. Ricordo bene,
dunque, quel rumore terribile. Poi c'è l'immagine di una immensa colonna nera.
Salì dal basso, nel buio appena rischiarato dalle stelle, e oscurò rapidamente tutto il cielo.
Era un nero così nero... Il nulla, proprio. Come se il nulla ci stesse ingoiando tutti.
Forse gridai, o forse non ne ebbi la forza. Il gran frastuono, dunque, e quel buio terribile.
Non so proprio quanto sia durato. So soltanto che come era giunto fulmineo tutto quel nero
se ne andò e allora non ci fu più frastuono, non ci fu più alcun altro rumore per un tempo
che adesso mi pare interminabile. Il silenzio era agghiacciante, ancora più terrificante del
rumore che l'aveva preceduto. E poi c'era, nell'aria, un odore sconvolgente.
Non avevo mai sentito niente di simile. Un odore di marcio intollerabile.
Un silenzio da impazzire.
Più tardi, non so quanto tempo più tardi, prima ancora che mi rendessi conto che una
valanga d'acqua s'era sollevata dal lago ed era ripiombata dal cielo, prima che la coscienza
avvertisse lo straordinario mutamento dello scenario che avevo avuto innanzi agli occhi per
tanto tempo, fu il mio udito a ricomporsi: il silenzio si riempì di suoni. Avvertivo lo scorrere
impetuoso dell'acqua. Ricordo alcune grida che venivano dal basso, dalla parte meridionale
del paese. Fu in quel momento, forse, che mi resi conto d'essere ancora vivo e cominciai
ad intuire la vastità del disastro che era accaduto. Forse tremavo ancora.
Mi capita ancora adesso di tremare quando, qualche notte, mi tornano in mente anche nel
sonno le sensazioni di quei momenti... Quando decisi di uscire di casa.
Avevo la sensazione netta che avrei avuto molte cose da fare, come prete prima,
ma anche come uomo...".
Per don Carlo Onorin l'Apocalisse era passata in una sintesi terrificante di visioni,
di suoni, di odori. Era passata, lasciando segni crudeli nel mini-universo di Casso,
arrampicato sulle falde di una scabra montagna. Lasciando una traccia indelebile
sulla coscienza di ciascuno dei sopravvissuti.

Giampiero Rizzon

Fonti utilizzate:
il sito del disastro del Vajont
Comune di Longarone
il sito di Francesco Niccolini sul Vajont
il libro di Paolini sul Vajont
la sezione del Vajont su :
“I grandi disastri italiani” di Leonardo.it
Racconti dei sopravvissuti ascoltati in
presa diretta presso l'albergo “Alla Rosa”
di Cimolais.
Wikipedia

Matteo Lenarduzzi
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Re: Vajont, 9 ottobre 1963

Messaggio » 23/09/2010, 15:44

:cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry: :cry:



Questo dovrebbero vederlo tutti...... :| ..grande Paolini :giorno:



:s-belpost:

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Re: Vajont, 9 ottobre 1963

Messaggio » 23/09/2010, 16:36

son stato a Longarone, a Erto e Casso...
ancora oggi si respira un'aria indescrivibile
la diga è indescrivibile
ciò che lo stato e la magistratura hanno fatto è indescrivibile

Mio padre all'epoca era a militare e fu tra i soccoritori, non ha mai detto altro
bastava guardarlo negli occhi per "immaginare" (e non capire) cosa fosse stato....








:giorno: come sempre tanto di cappello a Matteo

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Re: Vajont, 9 ottobre 1963

Messaggio » 23/09/2010, 16:36

:s-belpost: :s-belpost: :s-belpost:
perchè non tutti sanno tutto!!!!

@ panda ho il DVD è lìho visto tante volte come racconta paolini nessuno ci riesce......
meritano tutti i DVD di Paolini
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Re: Vajont, 9 ottobre 1963

Messaggio » 23/09/2010, 17:14

:s-quoto2: :s-quoto2: grande Paolini
Il diavolo è un ottimista se crede di poter peggiorare gli uomini.

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Re: Vajont, 9 ottobre 1963

Messaggio » 23/09/2010, 19:12

Attenzione a giudicare Paolini come unica voce fuori dal coro.
Bravo fin che vuoi, il prototipo del suo monologo,
durava 7 ore, poi e' stato ridotto a sole 3 per la diretta.
Paolini deve molto al Vajont, con il suo spettacolo e' diventato famoso.
Ma non dimentichiamo che e' stato un business mediatico.
Male invece la RAI che invito' solo alcuni dei superstiti.
Molti altri che volevano partecipare invece, nulla.
"Oggi é ricco chi é padrone del suo tempo. Buona vita.''

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Re: Vajont, 9 ottobre 1963

Messaggio » 23/09/2010, 20:00

bradipo ita ha scritto:Attenzione a giudicare Paolini come unica voce fuori dal coro.
Bravo fin che vuoi, il prototipo del suo monologo,
durava 7 ore, poi e' stato ridotto a sole 3 per la diretta.
Paolini deve molto al Vajont, con il suo spettacolo e' diventato famoso.
Ma non dimentichiamo che e' stato un business mediatico.
Male invece la RAI che invito' solo alcuni dei superstiti.
Molti altri che volevano partecipare invece, nulla.



infatti, bravo nella dialettica ma è uno dei tanti che secondo me speculano sulle disgrazie, dubito che abbia donato i proventi del suo lavoro a qualche opera pia



IMHO
Scusate ma io posso!
SMR 950 nel passato un Fifty Mistral nel cuore, una ADV Black nel BOX e un Madison 250 ELABORATO nel Cul#
Gran bella la carotona, ma il fifty con 21 cv........

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Re: Vajont, 9 ottobre 1963

Messaggio » 22/11/2010, 15:55

Per me e' una notizia abbastanza triste e purtroppo vera... :roll:
Questa notizia e' passata quasi in sordina, per puro caso lo notata.


Vajont, 47 anni dopo il disastro la diga tornerà a produrre energia: è polemica

Accordo preliminare per sfruttare il torrente a valle della digama esiste la questione morale delle duemila vittime



BELLUNO (11 novembre) - Il Vajont tornerà a produrre energia. Quarantasette anni dopo il disastro del 9 ottobre 1963, si sta decidendo di sfruttare ancora il torrente che sgorga a valle della diga bypassando la gigantesca frana finita nell’invaso. Ma esiste un problema morale da superare, di rispetto della memoria di quasi duemila vite spezzate.



La diga del Vajont tornerà a produrre energia. E' giusto o è irrispettoso dei duemila morti del 1963?.

L'accordo, seppure preliminare, c'è già. E coinvolge la società En&En, la ditta zoldano-friulana Martini e Franchi con i Comuni di Longarone, Castellavazzo ed Erto e Casso.

La Regione Friuli-Venezia Giulia ha già concesso alle due società private l’autorizzazione allo sfruttamento delle acque. Non ci sarebbe bisogno del consenso delle amministrazioni comunali, ma il gigantesco problema morale lo impone. E non solo morale, visto che le giunte dei tre Comuni hanno già deliberato di essere pronte a una partecipazione, attraverso Bim Gestione servizi pubblici, la società che gestisce il Servizio idrico integrato, ma non prima di avere sentito che cosa ne pensano gli abitanti nati prima di quel terribile 9 ottobre 1963.

Un’eventuale società mista porterebbe nelle casse dei Comuni il 60 per cento degli introiti di un potenziale da 15 milioni di kilowattora l’anno. A produrli sarebbe una centralina a Ponte Campelli, frazione di Castellavazzo a valle della diga. «Questo impianto - sottolinea Franco Roccon, sindaco di Castellavazzo nonché presidente di Gsp - non interferisce nel bacino del Vajont, né reca turbative di carattere ambientale, in quanto l'acqua utilizzata viene subito scaricata a valle. La centralina è di scarso impatto ambientale. Insomma, l'iniziativa rispetta in pieno le decisioni delle amministrazioni comunali di un tempo e, soprattutto, della popolazione locale».

Il progetto sarà portato avanti a Gsp per una valutazione delle criticità. La questione è ovviamente delicatissima e va al di là della semplice costruzione di un impianto che, peraltro, non potrà non notarsi, visto che il necessario salto dell'acqua si potrà scorgere esattamente davanti alla diga, a quell’imponente muraglia grigia, simbolo di morte e distruzione.

«Al momento siamo solo alla fase preliminare e prima di procedere con ulteriori atti - commenta il sindaco di Longarone, Roberto Padrin - stiamo cercando di trovare una soluzione che possa essere condivisa da tutti. Se da un lato l'impianto può portare notevoli benefici anche dal punto di vista economico alle popolazioni e ai Comuni, dall'altro dobbiamo tenere ben presente la questione morale. Non è nostra intenzione urtare la sensibilità di chi è sopravvissuto all'immane tragedia del 9 ottobre 1963. La valutazione è davvero molto complessa ed è necessario un confronto con tutti i soggetti interessati a questa vicenda». Luciano Pezzin, sindaco di Erto Casso, è ugualmente prudente nell’affermare che il percorso dovrà essere il più possibile ragionato con le popolazioni, dato che i tempi di realizzazione vanno ben oltre il mandato.

Venerdì 19/11 a Longarone è già previsto un primo confronto con tutti i superstiti della sciagura e con i due gruppi che portano avanti ormai da anni il valore della memoria: l'Associazione Superstiti, presieduta dall'ingegnere Renato Migotti, e il Comitato Sopravvissuti, guidato da Micaela Coletti. Il primo sottolinea la sacralità del Vajont e auspica un intervento solo pubblico; la seconda chiama in causa i parlamentari, ricordando che «Longarone ha già ricevuto tanti soldi dai risarcimenti e che per soldi tutto portò alla tragedia». Solo in futuro, invece, sarà coinvolto con un apposito incontro il resto della cittadinanza.

(fonte: Il Gazzettino)
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