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Intervista a Stefano Turchi

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Intervista a Stefano Turchi

Messaggio » 17/10/2009, 19:27

Intervista a Stefano Turchi Toscano, di Grosseto.
A vederlo sembra un gigante e in effetti lo è, ma è un gigante dal cuore buono. Ormai è uno dei personaggi principali del rally. Impossibile non notarlo. Quando si è seduti nel tendone del bivacco e non si sente la sua voce che racconta in moto simpaticamente colorito la giornata, tutti cominciano a chiedersi dove è finito. Stessa cosa accade al mattino, gira il bivacco salutando e svegliando tutti. Sarà forse la vita da caserma che lo spinge ad essere così a suo agio tra tante persone? Stefano fa parte di una squadra di pompieri sommozzatori.

Dopo un po’ che lo conosci, capisci che non è solo battute e sorrisi, ma una persona profonda e sensibile.

Con che cosa baratteresti la vittoria del rally dei Faraoni?

Con nulla, la vittoria è lontana. È tardi per pensarci e sono consapevole delle mie possibilità. Forse se avessi iniziato a correre da ragazzo, sarebbe potuto essere diverso. Non miro alla vittoria.

A cosa miri allora?

A conoscere i miei limiti, a dare il meglio di me, in base alle mie capacità. Rispetto alla prima volta che ho partecipato, ossia rispetto a due anni fa, sono molto cambiato ed è cambiato anche il mio modo di andare in moto. Definisco questi giorni “Passo manicomio” perché sei sempre con il gas aperto e freni all’ultimo momento. Sopra gli ostacoli passi e vai…fino a che ce la fai, passi sopra i sassi, i dossi, non ti importa di nulla. Fino a che la moto va.

Preferisci seguire o essere inseguito?

Sono due cose diverse. Per andare forte bisogna seguire, e per essere inseguiti bisogna andare forte.

Il tuo ambiente preferito è il deserto?

Ne ho due, il deserto e l’acqua. Mi piacciono tutti e due. Ci pensavo oggi quando ero sulle dune. Amo la sabbia e le dune. Le dune sono il terreno che amo di più. L’acqua è il mio elemento, mi sento leggero come una piuma, l’acqua annulla il peso…e ne ho bisogno!

L’acqua annulla il peso e annulla i pensieri? Ti libera la mente?

Si, perché sei immerso completamente, non sei contaminato da suoni o rumori. C’è solo il tuo respiro.

E nel deserto?

Qui ci sono altre cose, sento il rumore della mia moto…e poi qui ti colpisce non il silenzio, ma lo spazio. Si perde la dimensione a tal punto da non sapere dove sei, se sali o scendi, specie sulle dune. Ti viene addirittura il mal di mare, tutto è infinito. Perdi il senso dello spazio e del tempo.

A cosa hai dovuto rinunciare per seguire il tuo sogno?

Anche se sono uno che ride e scherza e che tutti conoscono come casinista, in pochi sanno che mi mancano solo quattro esami alla laurea in veterinaria. Sono state le occasioni legate ai viaggi e alle moto a portarmi su altre strade. È una sorta di “cogli l’attimo”.

Quanto è dura per quelli come te che amano questo sport e vivono all’ombra di Meoni?

Non si vive all’ombra di un personaggio come lui. È un punto di riferimento per tutti noi. Non ha mai fatto pesare agli altri quanto fosse speciale, non faceva ombra anzi era sempre disponibile ad aiutare, a consigliare e ad infondere passione a quanti come lui hanno dedicato il loro sogno nel cassetto al deserto. È stato un grande divulgatore di questa disciplina e se i giovani di adesso conoscono i rally è proprio merito delle persone come lui. Forse la lezione più grande che si possa ricevere da un maestro come lui è quella dove si impara ad usare il cervello insieme al polso.

In merito ad usare la testa quando si va in moto, si sente la mancanza di una scuola o almeno di punti di riferimento?

La maggior parte degli enduristi sono autodidatti. A scuola si impara la tecnica, il resto devi mettercelo tu, cuore compreso. In base alla mia esperienza posso dire che è il tempo trascorso in moto che cambia il modo di guidare. Più tempo passi ad allenarti, maggiore sarà il feeling con la tua moto. La mia guida è diventata più concentrata e più aggressiva con il passare degli anni.

Della tua esperienza cosa trasmetteresti ai tuoi figli?

Ho portato mio figlio, di sei anni, con me in un viaggio in Algeria. Certamente viaggiava in jeep e non in moto, ma appena poteva saliva subito sulla moto con me per andare fino in cima alle dune e poi farsi rotolare giù. Sicuramente ho trasmesso la passione per la moto. Tutti i bambini, da piccoli, sognano di poter fare il pompiere, ovviamente poi cambiano idea solo perché nessuno gli farebbe coltivare questa passione. Per me è diverso, non potrei mai non trasmettere la mia passione per la moto a mio figlio. Provate a dare una moto ad un bambino, credo che non ce ne sia uno sulla Terra che non farebbe salti di gioia.

Fonte: http://www.desertwins.it

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