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Ricky Carmichael e Ryan Dungey

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jenk
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Ricky Carmichael e Ryan Dungey

Messaggio » 31/10/2012, 23:31

Simply the Best
Due piloti di due ere diverse, che si sono solo sfiorati. Punto di contatto: il giallo Suzuki e un certo Roger De Coster


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Ricky Carmichael non ha certo novant'anni. Eppure, agonisticamente parlando, potrebbe essere il nonno di Ryan Dungey. I due si sono solo sfiorati sotto l'ala del Team Suzuki Makita, nel 2006, quando il giovane arrivava e il "vecchio"... conquistava il suo ultimo titolo. Di sicuro, a quel tempo, Dungey non immaginava di diventare un fuoriclasse. E non poteva sapere che sarebbe stato il primo pilota a concretizzare con un titolo il grande ritorno in forze di KTM negli USA. Evento di portata storica. Insomma, questi due ragazzacci appartengono a ere diverse. Proprio per questo ci fa strano incontrarli sulla stessa pista, nello stesso giorno. Siamo al Loretta Lynn's Motocross, il grande evento che ogni anno richiama una moltitudine di appassionati. Ricky e Ryan sono lì, nel ranch, a sgomitare per la gioia dei fan.

Dungey, il rookie ha fatto strada...

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Ryan, hai indossato la corona a due gare dal termine del campionato. Cosa significa aver portato a KTM questo titolo clamoroso?
"Credo sia fondamentale il modo in cui è successo tutto. Passare al Team Red Bull KTM l'anno scorso, firmare con loro per due anni è stato un grande rischio. Era una cosa completamente nuova per me, ero stato alla Suzuki per cinque anni. Ma sentivo che c'era un gruppo di gente molto in gamba, un sacco di entusiasmo, tante persone che ci supportavano e una grande moto. Ho veramente sentito tutto questo… poi ognuno può pensarla come vuole, ma io sono rimasto fedele a me stesso, e una volta fatta la mia scelta ho deciso di guardare soltanto avanti e sperare per il meglio. So che abbiamo fatto un grande sforzo per mettere a punto la moto, e continuiamo a lavorarci anche se finora abbiamo superato tutte le difficoltà, perché andando avanti riusciamo a ottenere settaggi sempre migliori per la moto. La prima vittoria nel Supercross è stata un grande evento, lo è stata per tutti noi. È stato importante portare la moto al top. L'obiettivo era di correre gara per gara, ma siamo stati davvero consistenti per tutto il campionato. C'è stato qualche intoppo qua e là, ma siamo sempre risaliti in qualche modo. E poi è partito l'Outdoor e siamo stati un po' indietro all'inizio, proprio alla prima gara, ma ci siamo ripresi velocemente. Siamo stati in grado di fare i cambiamenti necessari per continuare e ogni week-end miglioravamo. E poi abbiamo cominciato a vincere le corse e a salire in testa alla classifica, e alla fine abbiamo chiuso il discorso a New Berlin, portando a KTM il suo primo titolo nella 450".

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Parliamo un po' del tuo cambio di casacca. Carmichael è stato fischiato quando lo ha fatto, ma nel tuo caso non c'è stata la stessa reazione negativa. Pensi che oggi i fan siano più attaccati ai piloti che non alle marche delle moto?
"Non ho mai preso fischi in vita mia, almeno finora, e spero di non prenderne mai. O almeno: non ho mai sentito tutto lo stadio fischiarmi. Se c'è una cosa che ho cercato di fare per tutta la mia carriera è di essere onesto con la gente, leale. I miei fan sono il motivo per il quale sono qui. Rendono il fatto di correre così bello, che sono sollevato che non abbiano preso male il passaggio a un'altra marca di moto. Per me è davvero molto importante".

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Ho sentito dire che hai chiesto a KTM di modificare quasi 100 componenti della tua moto dopo averla testata alla Monster Cup nel 2011 e loro hanno fatto tutto in tempo per Anaheim 1...
"Beh, il fatto è che era una 450 tutta nuova. La moto avrebbe dovuto uscire nel 2013, ma hanno anticipato tutto di un anno perché volevano vincere subito. Quando abbiamo ricevuto la moto e ho cominciato a svilupparla per il Supercross, sai, ci vuole una marea di messa a punto prima di capire in quale direzione vuoi andare. E devi venire a capo di tutto quanto. Quel periodo dalla Monster Cup di ottobre alla prima gara di A1, però, ci è servito tantissimo. Abbiamo fatto molto sulla geometria della moto, anche sul link posteriore e sulla lunghezza delle biellette e altre cose di questo genere. Tutti parametri di base, ed è stato bello vedere come il gruppo di persone che mi assisteva era in grado di andare avanti. Io so solo quello che mi serve per guidare forte, per cui dipendo davvero molto dai ragazzi attorno. Sono loro che hanno le conoscenze. E sono tutti in gamba. Abbiamo testato un sacco di materiale, dalle sospensioni ai motori… credo che per ogni singolo pezzo di quella moto abbiamo provato qualche variante. Fa impressione".

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Il telaio in acciaio ha cambiato il tuo stile di guida?
"No, non particolarmente. È più una faccenda legata alla moto nel suo complesso. Certo, all'inizio ho sentito la differenza fra alluminio e acciaio, ma non è stato come dire 'Hey, questa è tutta un'altra cosa'. Mi sono adattato alla KTM molto meglio di quanto pensassi e il telaio in acciaio in un certo senso è stato una buona cosa. L'ultimo che avevo usato era nel 2005, e mi sono sorpreso di quanto questo andasse bene. Mi è sembrato subito che avesse alcuni punti di forza: assorbe le buche un po' meglio, perdona un po' di più e non è così reattivo".

Quanto ti ci è voluto per sentirti davvero al 100% con la KTM?
"Pochissimo. Dopo un paio di settimane ero sicuro che questa moto potesse essere vincente, anche sull'intero campionato. È come un'opera d'arte, sai? Se penso a tutto il tempo, le ore, le parti fatte a mano e a tutte le ore-uomo che il team ha speso per rendere la moto quello che è adesso... c'è così tanta storia alle spalle in appena un anno. È questo che la rende speciale".

E cosa ha Roger De Coster che rende così speciale correre per lui?
"Roger, ovviamente se guardo al suo passato, ha una storia di 20 anni da pilota professionista di grande successo. E ora è un manager da un sacco di tempo. Uno così, che è in uno sport da così tanto tempo, ha una comprensione davvero profonda di tutti i suoi aspetti, che si tratti del pilota e del lavoro che deve fare mentalmente e fisicamente, o della moto. Per esempio, se finisci in un vicolo cieco nello sviluppo, e dici 'E adesso cosa si fa?'... lui smette di dormire, per giorni e giorni, finché non è sicuro di risolvere il problema. Non è solo che siamo diventati grandi amici e ho lavorato molto strettamente con lui. È entusiasta, impegnato, ama quello che fa. Di sicuro c'è un sacco di gente che lavora duro in giro, ma anche solo il modo in cui Roger arriva ed è pronto ad aiutarti ogni giorno, ogni momento… è la sua passione. Ed è quello che mi piace di lui".

Hai guidato in modo molto più aggressivo che negli anni scorsi. È stato Roger che ha ispirato questo cambiamento?
"Se cinque anni fa eri vincente e oggi guidi come allora, non vai nemmeno a podio. Il livello di intensità delle gare sale e ogni anno devi essere più in forma, devi essere più forte". Qual è il tuo punto di vista sui GP in Europa? TI piacerebbe partecipare un giorno? Villopoto si è mostrato interessato alla cosa. "Credo che a un certo punto della mia carriera potrei provare. Da quello che posso capire, e dalle piste che ho visto, il Motocross dei GP è un altro mondo. I tracciati sembrano sempre differenti. Non in modo drammatico: è più per come li preparano, in un'altra maniera da come viene fatto da noi. Ma quello che mi soddisfa qui in America è che possiamo correre tutte le domeniche di fila. A me piace un casino. In Europa hanno lunghe pause, un calendario così dilatato che farei fatica a stare concentrato fra una gara e l'altra. Ma mi piacerebbe provare e spero di avere l'opportunità di farlo un giorno".

Ci sono così tanti piloti che brillano per un momento ma poi sembrano seguire una spirale verso il basso, come Hansen, Lawrence e altri. Che cosa serve mentalmente per restare al top della condizione tutto l'anno? È qualcosa che esige un tributo sulla tua vita privata?
"Se lo guardiamo dal lato sportivo, il Motocross può essere moto duro. Non solo fisicamente, perché se dopo un po' non vedi risultati, cominci mentalmente a metterti in discussione, e se sei un ragazzino non sempre sei abbastanza forte da sopportarlo. Oppure prendi la direzione sbagliata, ti butti di qua e di là… ma io credo che il Motocross sia una faccenda a tempo pieno. Devi pensare solo a quello, devi essere dedicato al 100%. E devi trovare il tempo per divertirti, trovare un equilibrio nella tua vita. Ecco cosa facevo fatica a immaginarmi da piccolo: come sarebbe stato correre da professionista. Ma ho sempre saputo che volevo avere successo e stare davanti, e non solo per un anno o due. Volevo essere il numero uno. E lo dicono tutti, ma io intendo uno come McGrath, uno come Ricky… dominare per anni. Perché vincere è una cosa: una corsa, un campionato. Ma ripetersi è un'altra. E ci vogliono tanta forza mentale e tanto sacrificio nella tua vita personale. Se non ti stai allenando, allora stai recuperando e se non stai recuperando, allora stai guidando: stai sempre facendo qualcosa. È una carriera corta, si sa, e ti consuma in fretta sia fisicamente che mentalmente. È per questo che vedi i piloti tenere duro per dieci anni, forse qualcuno in più. Hai una finestra utile che va dai 16 ai forse 30 anni di età, e devi farcela lì dentro e fare il meglio che puoi".

Non vorresti ogni tanto aver avuto un'infanzia più… convenzionale?
"Sai, penso che da bambino mi sia andata bene. Non è stato super ma… ho cominciato ad andare in moto a cinque anni. Vivevo in Minnesota, l'inverno arrivava in ottobre, anche settembre, e non potevi più salire in sella fino a marzo o aprile. Per cui ho comunque avuto la mia infanzia, almeno mi sembra. Sono stato bene. Ho avuto una famiglia che mi seguiva molto e mi ha sostenuto in tutto quello che ho fatto. Andavamo in fuoristrada tutta l'estate e poi quando era ora di metter via le moto, facevamo snowboard o altre cose divertenti. Non è che corressi soltanto, e sai, ci sono un sacco di ragazzini che cominciano presto… per qualcuno funziona: passano 'pro', vanno avanti, reggono lo stress e fanno grandi cose. Ma altri sono bruciati prima di avere 16 anni, magari arrivano in un team ma non combinano niente".

È pensabile di andare in moto solo per divertirsi quando... sei il miglior pilota al mondo?
"Sì, andare in moto mi diverte ancora, ma credo di dover imparare come divertirmi di più su una moto da fuoristrada, come facevo da bambino... ogni tanto dovrei uscire e fare un paio di salti così, tanto per girare, e non dover guardare il cronometro tutto il giorno".

Dove vivi durante le stagioni Supercross e Motocross?
"Sto a Tallahassee, Florida. Sono passato professionista a 16 anni e il primo anno ho vissuto in California. In seguito ho passato un anno a Orlando. Poi ho avuto l'opportunità di correre con Ricky Carmichael e da allora sono rimasto qui in Florida. Ci allenavamo e giravamo insieme. Anche adesso abitiamo vicini. Ho comprato casa alla fine del 2009, per cui passo la maggioranza del mio tempo qui".

Perché ti alleni qui?
"Beh, la Florida per me è speciale. Sono venuto qui la prima volta nel 2007, per fare i test con il team. Come ti dicevo ero in squadra con Ricky, è stato il mio primo compagno di squadra. Mi piaceva qui, mi dicevo 'accidenti questo posto è dolce!'. Ci pensavo tutto il tempo, mi dicevo 'Ryan, devi tornarci'. Ti devi stabilire lì. Credo che nel Motocross tutti volessimo farlo. Ma sono stato fortunato. Sai, da bambino guardavo Ricky e Jeremy e non avrei mai pensato che un giorno sarei potuto diventare loro amico… la maggior parte della gente non riesce nemmeno a incontrarli".

Parlaci del tuo rapporto con RC. Siete davvero così amici?
"È un tipo impegnato. Quando le cose si sono messe bene per me e ho firmato per Suzuki, Carmichael stava per ritirarsi e io arrivavo. Mi ha preso sotto la sua ala e mi ha aiutato in un sacco di cose. Negli anni ho costruito una grande amicizia con lui, è fantastico. Viviamo vicini, a un paio di miglia di distanza, e posso andare a casa sua a girare con lui. Adesso è preso dalle sue corse in auto, ma ogni tanto arriva all'improvviso mentre mi sto allenando e mi dà i suoi consigli, è davvero forte".

Che rapporto hai con Roczen e Musquin?
"Kenny e Marvin sono grandi e non potrei aver desiderato compagni migliori. Credo che se guardiamo al pacchetto complessivo di tutti i team, quello KTM sia forse il migliore. Loro due sono entrambi stati campioni nella MX2, e anche qui in America hanno fatto vedere quanto talento e velocità hanno, e di essere in grado di vincere. Inoltre ci aiutiamo a vicenda: credo che ci siano situazioni dove un sacco di piloti europei, specie Marvin e Ken, guidano le moto con una scioltezza e una naturalezza che noi americani non abbiamo. Noi siamo più dei bulldog, guidiamo col martello. Penso che da gente come loro si possa imparare molto".

Non è che quest'anno hai trovato l'Outdoor Championship un po'… noioso? Senza Reed, Villopoto e Stewart…
"No, non è stato noioso. Certo mi è dispiaciuto che Villopoto si sia infortunato a Seattle. L'anno scorso è stata una grande sfida, e ci siamo stimolati a vicenda. Stewart è partito fortissimo e poi ha avuto quel contrattempo. Se c'è una cosa che non voglio, è che la gente pensi che me la prendo comoda per queste assenze. È bello vincere titoli e non vedo l'ora che parta il 2013. Mi auguro che stiamo tutti bene e in forma per correre al nostro massimo. Voglio davvero confrontarmi con questi ragazzi, a prescindere da chi vince, penso che tutti ci sproniamo a migliorare a vicenda. C'è sempre qualcuno che alza l'asticella ed è grande per noi, per il nostro sport e per gli appassionati che ci seguono".

Ricky, un tuffo nel passato

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Dopo la lunga chiacchierata con Dungey, arriva il momento di Carmichael, tornato al Loretta Lynn's Motocross dopo avervi partecipato una vita fa, quando ancora non era "The GOAT"...

Parliamo del tuo ritorno al ranch di Loretta Lynn...
"Sì, è stato bello tornarci. Ci avevo corso, era il 1996, e da allora mi ero sempre ripromesso di venire per godermelo sotto una luce diversa, con meno pressione. Mi piace quella gara, mi piace la vibrazione nell'aria: campeggiare all'aperto, fare il crepaccio, andare in giro su quelle macchinette da golf… e poi correre, e vedere tutte quelle persone. È stato divertentissimo ed è stata una grande esperienza, non solo per me, ma anche per i miei figli".

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Quanto spesso sali in moto?
"Una volta ogni due settimane, a spanne. Ovviamente prima della gara di Loretta Lynn mi sono allenato tre o quattro volte la settimana, ma ora che è tutto alle spalle andrò in moto un paio di volte al mese, non di più".

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Ti capita ancora di salire su una 2T?
"No, mai più successo. Non sono abbastanza veloci".

Credi che il costo di acquistare e mantenere una 4T tempi abbia reso il Motocross meno accessibile alla famiglia media?
"Su questo ho la mia opinione. Tutti ce l'abbiamo, ma io penso che i 4T siano più affidabili. Certo, quando si rompono costano molto di più. Ma in generale non è solo correre in moto: tutto nel mondo è sempre più costoso, sfortunatamente. Un dollaro oggi vale meno di un dollaro ieri e invece la roba è sempre più cara. Questi sono i nostri rimpianti". x tempi, purtroppo. A me i 4T piacciono. Con la tecnologia di oggi, le Case stanno facendo grandi moto che, come dicevo, si rompono meno spesso. Detto questo, è anche vero che se fai la manutenzione corretta, la tua moto dura più di prima".

E non trovi che il salto dalle "mini" a una duemmezzo 4T sia troppo grande? Non pensi che ci vorrebbe una 125 come passaggio naturale?
"Non ho nemmeno mai guidato una 250 4T, per cui non posso dir nulla. Non so che differenza di potenza ci sia. Certo è un bel salto, ma le cose si sono messe così, e non credo che ora torneranno indietro alle 125".

Puoi parlarci di quello che stai facendo ora in auto?
"Certo, stiamo lavorando per tornare nel circuito NASCAR l'anno prossimo. Ovviamente molto dipende dai fondi e dagli sponsor. Con la crisi di adesso, è dura. La gente non ha più voglia di dar dollari in giro come faceva prima e correre in auto, con quelle auto, costa un sacco di soldi. Ma ho avuto qualche colloquio molto positivo e contiamo di farcela. Quando le cose funzionavano a dovere, abbiamo fatto bene anche lì, per cui so che mi merito il team giusto. Certo, ho bisogno di gente intorno che mi aiuti a recuperare la mia minore esperienza di guida".

Puoi parlarci dei tuoi Ricky Carmichael Universities?
"Quest'anno è stato fantastico. Ovviamente mi piacerebbe correre tenendo in mano un volante della NASCAR, ma è stata una grande occasione per me poter spendere ancora tanto tempo nel Motocross. Parliamoci chiaramente: quello che mi ha reso chi sono è stato il Motocross. Per cui poter fare il commentatore, tornare alle gare e farne parte e ora promuovere il Ricky Carmichael Amateur Supercross a Daytona, farlo conoscere e farlo crescere abbastanza, e poi ovviamente le RCU... è stato davvero un privilegio poter investire il mio tempo per quello. Ne aggiungeremo altre due quest'anno. E ne abbiamo già tenuta una in Inghilterra che ha avuto un successo enorme. Era un evento di due giorni, e sono arrivati quasi 150 piloti. Mi piace seguire i piloti e aiutarli a raggiungere i loro obiettivi ma, nello stesso tempo, non voglio solo che la gente arrivi, porti i figli per lavorare con me e alla fine vada via. Stanno pagando dei soldi, e vogliamo che sentano di aver vissuto una grande esperienza: per questo c'è Suzuki e ci sono i ragazzi di Pro Circuit a dare una mano".

Il successo di TwoTwo Motorsports, oppure il modello di business completamento diverso adottato da Moto Concepts e anche da Hart and Huntington, hanno mostrato nuovi modi di gestire un team. Stiamo per assistere a un abbandono di massa del modello tradizionale? E questo farà bene al Motocross?
"Sì, credo che il Cross stia andando nella direzione della NASCAR dove hai team individuali – come H&H – e poi il TwoTwo e roba del genere. Funziona così. Credo che tolga un bel fardello alle Case, che possono spendere più soldi nello sviluppo delle moto e lasciare il racing all'esterno e… beh, anche gli sponsor possono avere più visibilità sulla moto. Mi sembra che alla fine ci guadagnino tutti".

Ti faccio una domanda che ho già fatto a Ryan. Quando hai cambiato marca, qualcuno dei tuoi fan ti ha fischiato, ma quando lo ha fatto lui per andare in KTM... la cosa è stata accettata. Come mai?
"Già, credo proprio che sia così. Per quanto mi riguarda, quando ho lasciato la Kawasaki per passare a Honda e i fan non hanno apprezzato, credo fosse più per il fatto che la Honda si comportava 'da Honda' che per me. Pensavano che la Honda fosse arrivata e avesse comprato il pilota più forte. Per cui penso ce l'avessero più con loro. Ma bisogna anche ricordare che quell'anno ho anche battuto McGrath, e anche quello non mi rendeva certo simpatico. Tutti amavano Jeremy. Il primo anno che gli stavo davanti, alla gente andava bene, portava spettacolo. Poi sono diventato io l'uomo da battere, e le cose sono cambiate. Ma anche i fischi non sono durati a lungo. Le ho viste e provate tutte, ragazzi. Alla fine il cerchio si chiude".

Adesso che sei dall'altra parte del cancelletto, come ti sembra cambiato questo sport da quando ti sei ritirato? In meglio o in peggio?
"Ogni anno sembra in crescita, sarà magari solo per le immagini in TV… rispetto a quando correvo io, il pacchetto TV è enorme. Metà delle gare sono in diretta. Penso che allora ce ne fossero un paio… anzi non sono nemmeno sicuro che ce ne fossero, quando correvo io. È tanta roba. Grossi sponsor. E ogni anno ne arriva sempre qualcuno in più. Ci sono più team indipendenti che team ufficiali. È tutto bello. Mi piace la direzione che ha preso questo sport".

C'è un pilota che ti ha dato più fastidio in pista negli anni?
"No, ogni pilota contro cui ho corso aveva i suoi punti forti e i suoi punti deboli. Mi è piaciuto correre contro tutti. Semplicemente, dovevo cambiare tattica e cercare di vincere in un modo diverso. Il modo in cui correvo contro Reed era completamente diverso da come provavo a battere Stewart o McGrath. Sai, prendi la gara in un modo diverso. Hai un piano. Ma sono tutti ossi duri".

E quando guardi indietro alla tua incredibile carriera, hai rimpianti?
"Ogni tanto mi dispiace di essere passato alla 250 troppo presto, ma nello stesso tempo ho imparato così tanto tuffandomi subito nell'acqua più profonda che non credo che lo cambierei. È un po' come dire: questo è quello che devi fare, devi farcela. Nessun rimpianto. È una cosa che ogni settimana e ogni anno mi ripetevo per lavorare duro: 'Ehi, hai solo un'occasione nella vita per farlo!' Non volevo ritirarmi e poi dire 'accidenti, avrei voluto fare quella cosa.' Per cui ho vissuto la mia carriera con pensieri come questo. Fallo nel modo giusto, e non avrai rimpianti".

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fonte xoffroad.it
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Re: Ricky Carmichael e Ryan Dungey

Messaggio » 31/10/2012, 23:33

Ryan
:idol: :idol:

Ricky
:idol: :king: :idol:
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